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Canili: una breve storia (e cosa c’è ancora da fare)

La nostra bio di Instagram recita: “contro il randagismo, insieme”, eppure fino a qualche decennio fa questa frase era intesa non come una lotta a un fenomeno in cui i cani sono vittime dell’irresponsabilità umana, bensì come una lotta agli animali stessi.

sofiaSofia Elena Coretti25 Marzo 20267 min di lettura

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Nel corso del XIX e XX secolo, insieme alla popolazione urbana cresce anche il rischio di malattie infettive e diventa sempre più fondamentale contrastare sul nascere le possibili epidemie, rese più pericolose dalla concentrazione di grandi numeri di persone in piccole aree di territorio.

Una delle infezioni più pericolose era (e rimane) la rabbia, che tutt’oggi ha un tasso di letalità prossimo al 100% sui soggetti non vaccinati.

Il primo passo concreto per il contenimento del virus avviene nel 1954, con la promulgazione del DPR n. 320, anche noto come Regolamento di Polizia Veterinaria.

La sensibilità dell’epoca è ancora molto lontana da quella odierna, motivo per cui si prendono misure che oggi definiremmo disumane, oltre che drastiche: insieme all’identificazione e alla registrazione, il decreto prevede la cattura di cani vaganti e la loro eutanasia (o la cessione a laboratori per la sperimentazione) dopo dieci giorni, in caso di mancata adozione o ricongiungimento con i proprietari. Se quindi questa legge segna la nascita dei canili, a questo punto della storia essi sono ancora solo una stazione intermedia tra la strada e un destino ancora più terribile. Insomma, non è strano che nell’immaginario comune l’idea di finire in canile sia la cosa peggiore che può capitare a un cane (ricordate Lilli e il vagabondo?).

Dobbiamo aspettare quasi 40 anni per un passo avanti nella gestione degli animali randagi. Con la Legge Quadro 281/91 del 1991, che modifica parzialmente il DPR 320, l’Italia si posiziona come paese all’avanguardia in Europa, stabilendo che i cani non possano più venire soppressi o ceduti ai laboratori, ma debbano essere tenuti i canile finché qualcuno non ne richiede l’adozione.

Come direbbe Miranda Priestley, avanguardia pura.

Nasce così il concetto di canili rifugio, delle strutture pensate per il soggiorno a più lungo termine degli animali, che (almeno in teoria) devono garantirne il benessere e la dignità. I canili rifugio hanno quindi una finalità diversa rispetto ai canili sanitari, che invece sono gestiti in un’ottica di sorveglianza e contenimento di rabbia e altre malattie.

Oggi la situazione italiana è un macello “variegata”: la legge del 1991 stabilisce un quadro di riferimento nazionale, ma ogni regione ha la responsabilità di legiferare per stabilire delle linee guida dettagliate sulla conduzione dei canili e il controllo del randagismo. Questa eterogeneità territoriale, unita alla carenza di fondi, fa sì che ogni rifugio sia effettivamente un ecosistema unico nel suo genere: ce ne sono di pubblici, privati, misti, gestiti da associazioni di protezione animale o imprese private, con più o meno risorse economiche a seconda della base di donatori che riescono a costruirsi. La loro gestione è decisa da gare di appalto comunali, che a volte si rivelano delle vere e proprie corse al ribasso. Non dovrebbe stupirci, quindi, che la parola “canile” continui a evocare un luogo triste e sovraffollato.

Inutile negare che a volte sia proprio così e i cani rimangano per anni dietro le sbarre in un ambiente non ideale, aspettando un’adozione. Dobbiamo però comunque ricordare che, in alcuni casi, quelle sbarre rappresentano il primo luogo sicuro che un cane conosce, ad esempio se vittima di maltrattamenti. Inoltre, non va dimenticato che anche i canili rifugio dovrebbero comunque rimanere delle strutture di soggiorno temporaneo per i cani, con l’obiettivo finale di un’adozione. Motivo per cui, è inutile concentrarsi solo sulle condizioni dei canili senza affiancare la prevenzione (sterilizzazione e registrazione dei cani), l’efficientamento dei processi di adozione e la sensibilizzazione collettiva per preferire l’adozione rispetto all’acquisto degli animali.

I canili sono un nodo fondamentale della rete, ma devono rimanere solo un luogo di transito e non è giusto lasciare sulle loro spalle tutta la responsabilità di questi animali. Questa è la filosofia che ci ha ispirati a creare Snuggl: vogliamo sostenere il lavoro dei canili aiutandoli a gestire in maniera più efficace le donazioni e le adozioni, e allo stesso tempo aiutare gli animali a lasciare le strutture nel minor tempo possibile.

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